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| Europee 2009: cronaca e analisi di una notte elettorale |
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| [ Italica ] – I primi exit poll tranquillizzano i fans del Cavaliere. Le prime proiezioni, un po’ meno. I dati definitivi sono, nonostante la vittoria, una cocente delusione. Italia, sera del 7 giugno. Chiudono i seggi delle elezioni europee con la più bassa affluenza da quando si eleggono direttamente i rappresentanti a Strasburgo. Alle 22.00 il PdL è accreditato intorno a quel 40%, soglia minima posta dal Presidente dal Consiglio e anche in un certo senso dai sostenitori al congresso che ne aveva sancito la nascita. La notte elettorale è appena iniziata. Le prime proiezioni arrivano e danno l’idea che il 40% sarà difficile da raggiungere. Il dato si consolida durante la notte e alla mattina presto le speranze del coordinatore del PdL Denis Verdini (“Noi abbiamo altri dati”) si infrangono. Il PdL è in calo. Non solo non raggiunge il sogno del 45%, né il minimo del 40%. Supera di pochissimo il 35%. Meno del 2008. A poco servono le spiegazioni dei diversi ministri e parlamentari schierati nelle trasmissioni televisive (“Non avevamo i Pensionati”, spiegazione un po’ grama e dimenticando però l’ingresso di Mastella). Qui termina la cronaca e comincia l’analisi. I sondaggi hanno sbagliato. È ormai la costante di quasi tutte le elezioni italiane. Non spenderò troppo tempo sulle cause di questa botta di arresto del PdL il cui governo, a detta del Premier, aveva un apprezzamento intorno al 70-75%. Ci sono dietro errori politici ed anche una campagna elettorale difficile che, per una volta (forse la prima dal ‘94), è stata incentrata su un tema non imposto da Berlusconi e del quale il Cavaliere avrebbe fatto volentieri a meno. Desidero invece ipotizzare in poche righe gli eventuali problemi che potrebbero sorgere nel retroscena di questo nascente partito, già svezzato dai sogni della prima ora. In primo luogo gli sfidanti. Il principale partito d’opposizione, il PD ha indubbiamente tenuto (rispetto ai sondaggi, non alle scorse politiche) e si deve dare atto a Franceschini di essere riuscito a mantenerlo in vita. I voti dei democratici sono trasmigrati in parte verso Di Pietro (sulla cui crescita bisognerà un giorno interrogarsi anche a destra, come ci si è interrogati per anni, a sinistra, sulle vittorie leghiste) e, per il resto, sono “tornati” ai partiti della sinistra comunista, socialista, ambientalista (votata al suicidio e divisa in due liste che hanno superato, entrambe, il 3%, ma non la soglia del 4) ed infine ai Radicali che, lasciati fuori dal PD, hanno ottenuto (va ricordato, da soli) un onorevole 2,4%. A questi voti, comunque d’opposizione, si aggiunge il 6,5 di Casini e, per completare lo scenario anti-governativo, un’alleanza di centro-destra, tra Storace, Lombardo, Pionati e i Pensionati che sono arrivati ad appena il 2,2. Le poche altre liste non vanno oltre l’1. Questi sono gli avversari, che rappresentano la metà del paese. L’altra metà (un po’ meno a dire il vero) è il PdL con il già citato 35% e la Lega Nord, in salita, con oltre il 10. Cosa significa uno scenario del genere? In primo luogo, è la sconfitta del bipartitismo fondato sul proporzionale. Un PdL al 40-45 sarebbe stato un buon trampolino di lancio per un assetto davvero bipartitico, ma con il 35% la vocazione maggioritaria è necessariamente rimandata. È un risultato, in termini assoluti, positivo, non c’è dubbio, ma non più attraente, non accettabile nell’ottica di maggioranza monocolore. La Lega rimane decisiva e, salvo riavvicinamenti centristi (a lungo termine e a chissà quale prezzo), il Carroccio non potrà che far pesare ancora di più la propria presenza nell’esecutivo (e nelle regioni), nonostante le tranquillizzanti parole di Bossi. E questo è lo scenario lampante, nel governo, esterno dal partito. Problemi per il PdL potrebbero però sorgere anche all’interno. A parte la frangia berlusconiana degli ex-alleanzini, gli altri eredi dell’MSI potrebbero cominciare a dare qualche segno di nervosismo, fagocitati da FI senza però alcun forte riscontro elettorale. La storia italiana ne è piena di sommatorie conclusesi con il segno meno (anche perché il PdL ha in sé anche altre formazioni). Le stesse idee centrifughe che hanno accompagnato il PD al declino elettorale potrebbero ora investire il PdL e solo in parte lo scudo governativo potrebbe respingerle. Mancano, alla conta dei voti finali, i “nuovi” voti del PdL. Non c’è stato quello scatto in avanti che avrebbe dovuto sancire il trionfo e garantire la svolta. Come può, inchiodato al 35%, sperare nell’autosufficienza? E soprattutto può il PdL, così come era stato concepito, esistere se non autosufficiente? Il PD ha fallito da quel punto di vista e l’idea di nuove alleanze sembra scontata. Ma questo comporterà anche un ripensamento delle basi stesse del PD (iniziato in realtà già con il 33,2% delle Politiche). Nonostante la minore dialettica interna, anche il PdL non potrà esimersi da una rilettura di questi ultimi mesi e nemmeno la lotta sotterranea Fini-Berlusconi potrà essere archiviata. Se lo stesso Bonaiuti ha dovuto garantire che il progetto del PdL andrà avanti benissimo, significa che qualche scricchiolio, nell’impalcatura politica, c’è. Proprio perché quel progetto aveva bisogno di altre cifre. Ora ognuno dovrà “meditare”. Aspettando il Referendum. [Matteo Miele - 9 giugno 2009 - Italica news from Italy and San Marino] |
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